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La Cena di Beatrice


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
04.08.2025    |    2.286    |    0 8.6
"Sto squirtando, cazzo!» Un getto caldo le uscì da quella fica distrutta, schizzando sul pavimento..."
La tavola era apparecchiata con cura, le candele accese, e l’aria profumava di sugo, vino rosso e un leggero sentore di vaniglia. Era una classica cena di fine estate, di quelle che mettono insieme la famiglia per il gusto di farlo. Ma quella sera, tutto aveva un sapore diverso.

Beatrice era seduta di fronte a me, con il solito sorriso affilato che usava quando voleva far finta di niente. Quarantacinque anni portati con una naturalezza feroce, il vestito nero che le accarezzava le curve senza pudore, una scollatura discreta ma volutamente provocante. Sembrava sapere esattamente dove guardavo. E non distoglieva mai gli occhi troppo a lungo.

Parlavamo di vino, vacanze e aneddoti di famiglia, ma il vero scambio era quello silenzioso: uno sguardo, un incrocio di gambe, un sorriso che durava mezzo secondo più del normale. Beatrice giocava. Forse lo faceva da sempre, ma solo quella sera io avevo deciso di rispondere.

Dopo il dolce, rimasero solo i suoni dei cucchiaini nel caffè. Le luci erano ormai basse, il vino aveva sciolto le lingue e abbattuto le ultime formalità. Mio fratello era andato a fumare sul terrazzo con gli zii, e Beatrice si era alzata per portare i piatti in cucina. Mi offrii di aiutarla.

Entrai, e lei era lì, di spalle, china sul lavandino. Il vestito le saliva leggermente sul sedere. Non portava reggiseno. Lo scoprii passando le mani sotto il tessuto, accarezzando i seni pieni, morbidi, dal capezzolo duro e sensibile.

Mi voltò lo sguardo da sopra la spalla e sorrise.

«Sai lavare bene i piatti… o sei bravo solo a guardarli?»

Le risposi con un mezzo sorriso, e mi avvicinai. La distanza si accorciò senza bisogno di parole. Sentivo il profumo della sua pelle, quel misto di fiori e malizia che le apparteneva da sempre.

Le infilai una mano sotto il vestito. Niente reggiseno. Le tette erano piene, calde, col capezzolo duro come pietra. L’altra mano scese tra le sue cosce, trovando subito quella figa già bagnata.

«Porca puttana, sei fradicia» dissi.
«È colpa tua. Guarda cosa mi fai. Dai, scopami adesso.»

La presi di peso e la sbattei sul tavolo della cucina. Le scostai le mutandine di pizzo e vidi la sua figa rosa, lucida, aperta. Lì per me. La leccai con fame, facendola tremare, succhiandole il clitoride fino a farla squirtare sul tavolo. Un getto caldo che mi bagnò la faccia. Godeva come una troia repressa da troppo tempo.

«Ora ficcamelo dentro. Voglio il tuo cazzo dentro di me.»

Mi abbassai i pantaloni e glielo infilai tutto in un colpo solo. Un gemito profondo le uscì dalla gola. Le sue unghie mi graffiavano la schiena mentre le sbattevo la fica come nessuno aveva mai fatto. Rumori di carne, gemiti soffocati, il tavolo che scricchiolava.

«Sborra dentro, fammi sentire il tuo seme caldo, cazzo…»

Prima di venire, la girai. Le alzai il vestito e le spalancai le chiappe. Il suo ano era stretto, pronto, pulsante. Le sputai sopra, lo lubrificai e lo presi. Piano all’inizio, poi con più forza.

«Sì, scopami anche lì, voglio sentirti dappertutto!»

Beatrice si faceva inculare come se l’avesse aspettato da una vita. E io… la trattavo come meritava. Alla fine le tirai i capelli e venni dentro il suo culo, riempiendola di sborra, mentre lei squirtava ancora, senza controllo.

Restammo così, esausti, sudati, sfrontati.

«Questa era solo una cena, vero?» sussurrò.
«No, Bea. Era l’inizio della fine.»



Erano passati tre giorni da quella cena. Tre giorni in cui Beatrice mi aveva scritto solo una frase:

“Quello che mi hai fatto… non è abbastanza.”

La sera dopo, tornai a casa loro per un’altra cena. Tutto sembrava normale, famigliare. I soliti sorrisi, le solite battute. Ma i suoi occhi no. I suoi occhi mi cercavano come bestie in gabbia.

Il marito – mio fratello – era in salotto a guardare la partita con gli altri. I bambini dormivano al piano di sopra. Beatrice mi sfiorava le dita ogni volta che passava accanto a me, con quel sorrisetto bastardo che ormai conoscevo.

Poi scomparve. Dopo qualche minuto, ricevetti un messaggio.

“Sali. Porta il cazzo.”

Salivo le scale con il cuore che batteva in gola. Il corridoio era buio. La porta della camera del figlio era socchiusa. Entrai.

Lei era lì, inginocchiata sul letto a castello. Portava solo una camicia bianca – la sua – lasciata aperta. Nuda sotto. Le tette libere, la fica rasata e bagnata, e quel sorriso da strega pronta a peccare.

«Qui dentro nessuno ci verrà a cercare…» sussurrò.
«Nemmeno tuo marito?»
«Tanto non mi scopa più. Tu sì.»

Le presi il viso tra le mani e le infilai la lingua in bocca. Lei rispose affamata, si abbassò subito i miei pantaloni e si portò il cazzo in bocca, senza freni. Me lo succhiava come una puttana da strada, guardandomi dal basso con quegli occhi lucidi, mentre si faceva scopare la gola senza pietà.

«Mi vuoi come l’altra sera, Beatrice?»

«No. Di più. Voglio godere come una troia… su questo letto di mio figlio. Voglio sentirmi sporca.»

L’adagiai sul letto stretto, con i peluche ai lati. Le spalancai le gambe e le leccai la fica con lentezza, come fosse la prima volta. Le infilai due dita dentro, poi tre, e il suo corpo tremava.

«Ti faccio squirtare su questi lenzuoli da bambino, così ti ricordi ogni giorno cosa sei.»

E lei lo fece. Squirtò gridando, il liquido le colava lungo le cosce, bagnando il lenzuolo. Poi mi prese il cazzo e se lo infilò da sola, con rabbia.

La cavalcata fu feroce. Ogni rimbalzo faceva cigolare il letto. Ogni affondo la faceva gemere. Si girò e si mise a pecora, offrendomi il culo come un dono.

«Inculami. Fallo. Sfamami anche lì.»

Le sputai sull’ano e lo presi. Duro. Le infilai tutto, e lei si piegò in avanti, mordendo il cuscino del figlio per non urlare.

Il suo culo si apriva e accoglieva ogni colpo, mentre le mie mani la tiravano per i fianchi. Godeva, squirtava, si sporcava di piacere.

Venni dentro di lei ancora una volta, nel suo culo stretto e caldo. E restammo fermi, fiato corto, sudore ovunque, tra dinosauri di peluche e coperte da bambino.

Prima di uscire dalla stanza, mi guardò e disse:

«Ora sì che sei mio. Ora sì che siamo fottuti.»



Il frastuono della casa continuava: risate dal salotto, bambini che correvano nel corridoio, il rumore delle posate ancora sui piatti. Nessuno sospettava niente.

Ma io sapevo dov’era Beatrice. E sapevo che stava aspettando.

Mi alzai da tavola, dissi che andavo a lavarmi le mani, e chiusi la porta del bagno alle mie spalle. Lei era già lì. Schiena contro il muro, gonna sollevata, niente mutandine. Una mano infilata tra le gambe. Si stava toccando.

«Stavo contando i secondi» mi disse, con un filo di voce. «O vieni a scoparmi… o urlo.»

Non dissi niente. Mi avvicinai e la spinsi contro il lavandino. Le infilai due dita in fica, sentendola già calda e fradicia.

«Guarda come goccioli, troia.»

«Sono pronta. Fammi male.»

Tirai fuori il cazzo, duro da far male, e glielo spinsi dentro con forza, mentre lei si aggrappava al bordo del lavandino per non cadere. La sbattevo da dietro con furia. I suoi gemiti erano corti, spezzati, rabbiosi.

«Sì, sì… scopami più forte, fammi sborrare, cazzo!»

I suoi occhi si riflettevano nello specchio. Era impazzita. Le sbattevo la fica come un animale, le tiravo i capelli, e lei godeva come se stesse liberando anni di voglia repressa.

Poi si piegò in avanti, offrendomi il culo.

«Usami anche qui. Fallo. Voglio sentirtelo nell’ano. Qui. Adesso.»

Le sputai sull’ano, glielo massaggiai con due dita, e poi glielo infilai. Lo presi lentamente all’inizio, poi con forza. Il suo culo si apriva sul mio cazzo e lei si mordeva la mano per non urlare.

«Mi scopi nel culo nel bagno di casa mia… mentre mio marito è a tavola.»

«E ti piace, puttana.»

«Sì. Sì. Mi fa impazzire. Sto squirtando, cazzo!»

Un getto caldo le uscì da quella fica distrutta, schizzando sul pavimento. Io venni subito dopo, sborra calda in profondità, riempiendole l’ano con tutta la mia voglia.

Rimanemmo lì, ansimanti. Il rumore dello sciacquone coprì i nostri respiri.

«Questa era solo la seconda volta» disse lei, sistemandosi il vestito.
«E la prossima?»
«La prossima… voglio che mi sborri in bocca mentre parlo con lui al telefono.»
E io lo feci con molto piacere, il resto è un altra avventura
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